22 settembre 2018

Dall’“American first” di Trump, un’opportunità anche per l’export italiano

3 aprile, 2018 - 10:52
A cura di: 
Mauro Ippolito

Articolo pubblicato su L'Industria Meccanica n. 713

La recente e discussa riforma fiscale fortemente voluta dal 45° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, con una riduzione della tassazione dal 35% al 21% per le aziende, sta iniziando ad avere i primi benefici, almeno apparentemente.

Il 2018, infatti, si è aperto all’insegna dell’ottimismo per le grandi imprese Usa che hanno iniziato ad accordare bonus e ampiamento dei benefit ai propri dipendenti. Mediamente i bonus si aggirano a 1.000 dollari per lavoratore (Wal-Mart ha anche aumentato il salario minimo orario da 9 a 11 dollari) che vedranno ridistribuite le minor tasse da pagare come riconoscimento al lavoro svolto. Allo stesso tempo molte aziende potrebbero decidere di rimpatriare i fondi offshore (circa tre mila miliardi) per beneficiare della tassazione al 15,5% per la quota cash ed all’8% per attività non liquide, trovandosi così incentivate a reinvestire parte dei denari rimpatriati all’interno degli Stati Uniti con ricadute  ull’occupazione e sugli investimenti diretti al grido “American First” e “Make America Great Again”.

Il presidente Trump, tuttavia, continua a muoversi anche su altri fronti, ultimo quello che potrebbe portare gli Usa ad uscire dall’accordo Nafta (North american free trade agreement, ovvero un accordo a tre tra Usa, Canada e Messico) imponendo una tassa del 25% per i prodotti costruiti all’estero e venduti negli Stati Uniti. Ad essere maggiormente colpiti sono soprattutto i grandi produttori di auto con produzione in Messico (General Motors per citarne uno in particolare) che per superare questo problema dovrebbero produrre sul territorio nazionale i propri veicoli destinati agli americani.

Questa politica restrittiva da parte degli Stati Uniti fa storcere il naso a molti, sia perché amplia il debito americano sia perché difficilmente questo verrà colmato dalla crescita economica; allo stesso tempo potrebbe essere un’opportunità per l’export italiano. Infatti, se aumentano investimenti e produzione da parte degli Usa, allo stesso tempo dovrebbe aumentare la domanda di componenti o di prodotti semi lavorati.

Un’opportunità che potrebbe essere sfruttata dalle imprese italiane manifatturiere seppur permangono problematiche non da poco legate alla border adjustment tax, ovvero alla tassa sulle importazioni. Se al momento il Bat non è stato inserito nella riforma fiscale, soprattutto a causa delle recenti preoccupazioni degli economisti riguardo ad un aumento dell’inflazione seppur in parte smussata dal rafforzamento del dollaro, permane uno dei temi più preoccupanti per gli esportatori.

Bisogna però sottolineare come il Bat sia difficilmente applicabile a tutte le economie mondiali, sia per pregressi accordi commerciali sia per i rischi economici che questo potrebbe generare.

Uno di questi, se non il più importante, riguarda la facilità di vendere debito all’estero; in caso di barriera di ingresso di prodotti esteri, le nazioni acquirenti di bond americani potrebbero frenare l’acquisto del debito Usa e dismettere quello in loro possesso, mettendo a rischio l’attuale riforma fiscale (che ricordiamo amplierà ulteriormente il debito Usa).

A fare la voce grossa in tal senso la Cina (primo acquirente di debito Usa) che avrebbe rallentato o fermato gli acquisti di Treasaures degli Stati Uniti (indiscrezione smentita da fonti interne cinesi) come avvertimento alla politica degli Stati Uniti.

Per le aziende italiane, pertanto, la riforma fiscale è un’opportunità di crescita aumentando l’export verso gli Stati Uniti a patto di riuscire a compensare gli effetti negativi dell’apprezzamento del dollaro atteso (si amplierà nel 2018 il differenziale dei tassi tra Fed e Bce a favore della prima) e soprattutto sfruttando l’assenza temporanea di barriere di ingresso.