22 luglio 2019

L’export italiano tra rallentamento mondiale e “cigni neri”

17 aprile, 2019 - 16:07
A cura di: 
Mauro Ippolito

Usa-Cina, Brexit...

Articolo pubblicato su L'Industria Meccanica n. 719

L’economia mondiale è sempre più export-oriented, grazie alla globalizzazione che ha reso accessibile in tutto il mondo beni prodotti fuori dal proprio territorio.

La base di questa scelta economica trova i suoi fondamenti circa cinquanta anni fa, quando nel 1970 venne messa in contrapposizione la teoria Eoi (Export Oriented Industrialization) a quella Isi (Import Substitution Industrialization). Il fallimento di quest’ultima scuola di pensiero, complice anche la caduta dell’Unione Sovietica e quindi dell’idea di economia chiusa, ha spinto sempre più i mercati a guardare oltre i propri confini nazionali portando alcune economie a prediligere l’opzione di aprirsi completamente al commercio estero, grazie anche all’avallo delle istituzioni internazionali – Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale in primis – in quello che è stato denominato Washington consensus (nell’eccezione più ampia di quella pensata dal suo ideatore John Williamson).

Nel ventennio successivo alla formazione dell’Eoi o Eli (Export Led Industrialization) l’economia mondiale ha visto l’esplosione di economie sconosciute fino a quel momento, denominate “tigri asiatiche” (rappresentate inizialmente da Corea del Sud, Singapore, Hong Kong e Taiwan) a cui si sono aggiunte Filippine, Indonesia, Malesia e Tailandia, e in fasi alterne anche Cambogia e Vietnam. Queste economie, sfruttando il Washington consensus nell’eccezione del laisser faire, hanno sfruttato la debolezza della propria valuta per poter competere sui mercati internazionali portando la propria bilancia commerciale in netto aumento anche grazie alle limitate importazioni di materie prime.


I cambiamenti dalla lira all’euro e il valore dell’export

L’economia italiana ha visto un cambiamento a partire dal dopoguerra, e successivamente negli anni del boom economico degli anni cinquanta-settanta ha fondato le basi per un mutamento da economia agraria a economia industriale e di conseguenza a economia volta all’export.

I principali partners industriali sono stati da subito i paesi limitrofi: Francia e Germania erano infatti i principali importatori di prodotti italiani. Così come per le economie asiatiche, l’Italia ha sfruttato la debolezza della lira nei confronti del marco tedesco o del franco francese, ampliando la propria bilancia commerciale che nel 1992 (con la doppia svalutazione della lira da parte dell’allora governo Amato) raggiunse il suo picco.

L’unificazione dell’Europa sotto un’unica valuta ha spinto i produttori italiani a dover mutare il modo di competere con l’estero. Con il venir meno del vantaggio competitivo in termini valutari e soprattutto con l’Europa in possesso di una valuta forte, gli esportatori italiani hanno iniziato a puntare maggiormente sulla qualità del prodotto piuttosto che sulla convenienza del prezzo.

Negli anni successivi, grazie anche all’esplosione del “Made in Italy” l’economia italiana ha vissuto una nuova fase dell’export nazionale divenendo un vero e proprio marchio spendibile all’estero. Le relazioni commerciali si sono intensificate portando l’Italia ad essere un partner commerciale importante, soprattutto in alcuni settori quale l’agroalimentare e la meccanica di precisione, e ha aumentato gli scambi commerciali con Cina, Stati Uniti e Russia nei paesi extra Europa.

Tuttavia, l’economia italiana nell’ultimo anno ha vissuto una serie di difficoltà che hanno limitato l’export con conseguente rallentamento del prodotto interno lordo.

Non a caso il rallentamento del settore export frena la crescita dell’economia italiana, pur mantenendo valori positivi in termini di surplus commerciale grazie anche al calo delle importazioni. L’export nel 2018 ha segnato, infatti, una crescita dell’1,7% rispetto al +8,2% del 2017, mentre la crescita economica è stata pari allo 0,8% su base annua con un rallentamento rispetto all’1,6% dello scorso anno, registrando però una recessione tecnica avendo segnato una flessione dello 0,2% (t/t) nel quarto trimestre e dello 0,1% (t/t) nel terzo trimestre. Il calo dell’export impatta negativamente e in modo diretto sulla crescita del Pil, confermando come il rallentamento a livello mondiale si ripercuota sull’economia italiana evidenziando una fragilità esogena della crescita economica. L’export ricopre uno dei principali fattori di crescita del paese, ed uno dei fattori su cui puntare soprattutto in caso di rallentamento della domanda interna.


Italia, come affronterà la frenata della crescita?
L’economia italiana potrebbe essere colpita da una recessione mite nel 2019, come evidenziato dalla rivisitazione al ribasso della crescita attesa sia da parte del Fondo monetario internazionale che dalla Banca d’Italia allo 0,6% annuo. L’Italia, tuttavia, potrebbe trovarsi impreparata nell’affrontare la frenata della crescita anche a causa dell’assenza di azioni atte a stimolare la crescita, come avvenne un decennio fa (grazie al contributo delle banche centrali e dei programmi di quantitative easing).

Inoltre, il Bel Paese si potrebbe trovare a dover fronteggiare quello che gli economisti chiamano “cigni neri”, ovvero quegli eventi improvvisi, difficili da ipotizzare e sui quali è difficile poter fare delle previsioni. Tra questi, quello che preoccupa maggiormente e che potrebbe segnare la recessione per l’economica italiana nel corso del 2019 è il rallentamento cinese, complice la presenza di dazi doganali imposti dagli Stati Uniti nei confronti della Cina (e non solo) al fine di ridurre il deficit commerciale con il principale esportatore di prodotti finiti e semilavorati nel paese a stelle e strisce. Se i colloqui tra Usa e Cina dovessero non risolvere le attuali dispute commerciali, allora si potrebbe verificare un rallentamento globale dell’economia con conseguente frenata del commercio estero. Per l’Italia questo evento sarebbe un duro colpo per le velleità di crescita.

A questo si aggiunge anche l’oscuro impatto della Brexit sull’export italiano, nonché un eventuale inasprimento delle tensioni con la Russia (ancora oggetto di sanzioni europee ed americane) che potrebbe sottrarre circa 6 miliardi di export italiano e che ad oggi ha portato ad una contrazione di un quarto degli scambi con il paese a partire dal 2014.