24 aprile 2019

4.0? questione di linguaggio.

23 giugno, 2016 - 16:07
A cura di: 
Carlo Fumagalli

Intervista a Roberto Crapelli, Amministratore delegati di Roland Berger Italia

(da L'Industria Meccanica 702 - marzo-aprile 2016)

«Negli Stati Uniti il passaggio all’industria 4.0 è iniziato prima di tutto con un accordo tra i diversi fornitori di tecnologia digitale. Parlo, per esempio, di colossi come Ibm o come Cisco. I big del cloud, delle tecnologie di connessione, e dei software di integrazione, si sono incontrati e hanno definito “internet manufacturing” questo nuovo modo di offrire servizi».

Roberto Crapelli è amministratore delegato di Roland Berger Italia, la società di consulenza che partecipa alla task force dedicata all’industria 4.0 voluta dal Governo (e a cui partecipano i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Economia) per allontanare il rischio della deindustrializzazione in Italia e portare al rilancio del manifatturiero. Nel suo ufficio a Milano, a due passi dai grattacieli di piazza Gae Aulenti, spiega come è nata la quarta rivoluzione industriale. E come l’Italia non possa permettersi di rimanere indietro.

Cos’è scaturito dalla cooperazione dei grandi nomi americani della tecnologia digitale?
Nell’internet manufacturing i tradizionali sistemi informativi vengono tradotti in una lingua diversa: la lingua di internet, che i tecnici chiamano “linguaggio Ip”.
Quando due sistemi informativi o due imprese devono parlarsi in lingua Ip, occorre fissare degli standard, le regole tecniche del linguaggio, che riguardano addirittura la messa a punto della comunicazione. Bene, negli Stati Uniti le grandi aziende fornitrici di tecnologia hanno definito insieme proprio questi standard. Ciò dà loro un vantaggio importante rispetto all’Europa.

Il tema dunque è ricreare in Europa, come in America, gli “stati uniti” del linguaggio 4.0?
Sì, questo sarebbe l’obiettivo. Ma è tardi. In Europa la Germania sta già definendo gli standard del 4.0. E ha già progetti pilota in diverse tecnologie.

Cosa può significare per l’industria di altri paesi europei?
Significa che se la Germania avrà i clienti e i fornitori più importanti, sarà difficile pensare che un’azienda italiana o francese possa utilizzare un sistema o un linguaggio diverso da quelli usato dai tedeschi. Nel caso si voglia, ad esempio, entrare nei sistemi di programmazione avanzata di un sistema di fabbriche.

La Germania ha presentato il progetto di sistema 4.0 non molto tempo fa, era il 2013.
Così facendo hanno dato un’accelerazione formidabile. Hanno creato una struttura tipicamente tedesca, capace di coinvolgere l’analogo del nostro ministero dello Sviluppo economico, imprenditori, grandi aziende, e la Confindustria locale. Aver inserito le grandi e le medie aziende ha dato in particolare un grande vantaggio: sono loro a testare su se stesse standard e programmi integrati di produzione. Per diventare a loro volta fornitrici.

Cosa può fare un imprenditore italiano per stare al passo? Soltanto correre?
C’è una fortuna, di solito, ad avere un piccolo ritardo: si può scegliere meglio. La prima cosa da fare è una riflessione per capire che obiettivo si vuole raggiungere sfruttando l’industria 4.0. Il passo immediatamente successivo è dialogare con chi offre le tecnologie. Per le imprese di media grandezza è difficile che passi un altro anno senza chiedersi come poter approfittare di queste nuove tecnologie.

Non c’è il rischio che prevalga la logica dell’immobilismo, senza rendersi conto del rischio di rimanere indietro?
Sarà il mercato a imporre il cambiamento. Soprattutto sarà il cliente estero a richiedere nuove tipologie di servizio in ottica 4.0. Se l’azienda piccola non sarà pronta, il rischio è perdere il mercato estero. E pensando a quanto esportiamo…

…il rischio sarebbe troppo alto. Roland Berger partecipa a una task force per portare il 4.0 in Italia. Quali sono i punti più delicati per dare il via a un’iniziativa simile all’esperienza tedesca?
Non dobbiamo dimenticare che il 4.0 fa parte di un’altra definizione fondamentale: l’internet of things. E in questo ambito la politica deve pensare a due programmi precisi: uno per le imprese che compreranno applicazioni 4.0, e uno per decidere se l’hardware e il software che compongono l’industria 4.0 andranno comprate in Italia o all’estero.

Speriamo il più possibile in Italia. Ma ci sono soggetti simili da noi?
In questo momento non ci sono soggetti di dimensione tale da poter rispondere di sì. Nell’industry 4.0 non abbiamo (ancora) in Italia colossi come, tra le tante, Siemens, Rockwell o Dassault. Speriamo di averle presto. Ci sono tante ottime software house, ma per competere servono capitali davvero massicci. Il Paese, insomma, dovrà capire come favorire la creazione di soggetti capaci di digitalizzare quello che di più importante abbiamo in casa: la nostra industria. Se non sarà possibile, l’alternativa è acquistare dall’esterno.

Ha parlato di grandi capitali. Come può un imprenditore reperire i fondi necessari?
È importante rendere disponibile una finanza dedicata, che capisca valori e temi per investire in questo settore. Non parlo di credit crunching, ma significa creare dei soggetti nuovi. È necessario, per esempio, che i mini bond possano essere trattabili sul mercato. In questo modo l’imprenditore può avere un finanziamento, se dimostra che lo impiegherà tutto in industria 4.0, con uno strumento ad hoc.

Le tecnologie che rientrano sotto il cappello del 4.0 sono tantissime. Come ci si può orientare?
Si contano più di 40 applicazioni e tecnologie. Ma naturalmente seguono tutte una curva di mortalità: alcune sono all’inizio, e non sappiamo se e quanto a lungo saranno utilizzate. Altre non sono più sperimentali e sono diventate ormai prodotti normali. Tipicamente un’azienda piccola non può rischiare investendo sulle soluzioni più nuove, mentre la grande azienda ne può trarre notevoli vantaggi.

Quale può essere un tipico esempio di tecnologia matura?
Sicuramente la stampa 3D: spesso la manifattura additiva viene utilizzata, ad esempio, per riparare un guasto a una macchina senza doverla smontare. Anche il mondo del big data è molto vicino alla maturità, anche se la difficoltà, in questo caso, è usarli.

Mentre le applicazioni più sperimentali in che direzione stanno andando?
Vanno, ad esempio, verso il sistema integrato di produzione. Concetto complicatissimo da studiare perché invasivo sul piano di business (servirebbe ridisegnare lo stabilimento). Il concetto è avere tante macchine collocate per il mondo, tendenzialmente vicino al mercato di riferimento, ottimizzate con un sistema automatico. Non è più il robot a dover essere impostato, perché sarà in grado da solo di capire quando fermarsi o ripartire. Un esempio suggestivo? Oggi un robot, attraverso una serie di sensori e telecamere, è capace di riconoscere un eventuale disturbo e fermarsi, permettendo al manutentore di bloccare la linea. In futuro la macchina sarà capace di evitare l’ostacolo da sola, mandare un segnale alla manutenzione, e intanto continuare la produzione.

Articolo pubblicato su L'Industria Meccanica 702 - marzo-aprile 2016

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