19 agosto 2019

Cambia il commercio globale

16 gennaio, 2017 - 10:51
A cura di: 
Ludovic Subran, capo economista di Euler Hermes

Articolo pubblicato su L’Industria Meccanica n. 706

La crescita del commercio globale rallenterà nel 2016 al +2,1% in volume, con una trascurabile accelerazione al +3,1% nel 2017. Questo è quanto si ricava dal recente studio (Trade wars: the force weakens) di Euler Hermes. Gli scossoni sul versante della domanda nei paesi emergenti, i prezzi delle materie prime troppo bassi per troppo tempo, l’ondata delle svalutazioni monetarie in tutto il mondo ed una crescente tendenza verso l’isolamento (minore dipendenza dal commercio) spiegano questa performance deludente.

Fra il 2014 e il 2016 il mondo ha perso un volume di scambi di merci e servizi pari a 3.129 miliardi di dollari, quasi il Pil tedesco, e sfortunatamente sono poche le prospettive di tornare ai ritmi precedenti la crisi finanziaria, anche dopo il 2017. Sul lato esportazioni, in un contesto di decelerazione della domanda i paesi europei dovrebbero essere in posizione primaria per quanto riguarda i proventi delle nuove esportazioni, mentre gli esportatori di materie prime continueranno a soffrire. La Germania occuperà il primo posto con 75 miliardi di Usd di maggiori esportazioni nel periodo 2016-17, seguita da Francia (42 miliardi), Irlanda (38 miliardi) ed ex aequo da Italia e Spagna (34 miliardi). La Cina è solo in quinta posizione con 33 miliardi di Usd di maggiori esportazioni, a testimoniare il difficile rimbalzo della “export machine” cinese.

Cina e Usa diminuiscono le importazioni, e la frammentazione finanziaria rende difficili gli scambi
In futuro, la crescita del commercio globale reale dovrebbe attestarsi sotto al +4% l’anno, anche per quanto riguarda il medio termine. Secondo l’assicuratore crediti, tre sono i motivi fondamentali:
1. Gli spostamenti strutturali della domanda globale, in quanto la Cina e gli Usa continuano ad abbandonare il ruolo di motori del commercio mondiale. La Cina si sta spostando verso un modello a minore intensità di importazioni, dove gli elementi trainanti saranno i servizi e i consumi privati. Negli Stati Uniti la rivoluzione energetica si traduce in minori importazioni di energia. Secondo Euler Hermes, una diminuzione di 1% nelle importazioni reali dalla Cina e dagli Usa potrebbe significare per la crescita del commercio globale rispettivamente fino a -0,3% e -0,2%.
2. La frammentazione finanziaria rende molto complicato finanziare gli scambi e il credito (in dollari americani), mentre la svalutazione competitiva non è riuscita a sostenere gli scambi a livello globale.
3. Il settore privato è stato colto di sorpresa dalla crescita dei rischi politici e delle misure protezionistiche.

Aumentano rischio politico e protezionismo: le soluzioni alternative
A livello globale, i consumatori chiedono più servizi ed esperienza che merci, finanziare il commercio è diventato più complesso e costoso e sia il rischio politico che il protezionismo sono in crescita. Riteniamo che la ricetta della globalizzazione dovrà evolversi in qualcosa di più inclusivo, più fondato sulla fiducia e gestito in maniera diversa sia dai politici che dai massimi dirigenti.

In tale contesto, le imprese dovranno trovare nuove alternative per espandere le proprie attività:

• Potrebbero far ricorso alla “servitization” e “digitalization”, in quanto entrambe permettono alle imprese di diventare multinazionali più rapidamente di prima, anche con una dimensione iniziale più piccola (micro multinazionali). Lo scambio di servizi ha subito meno sussulti rispetto a quello delle merci: le esportazioni di servizi si sono mantenute stabili al 6,7% del Pil globale nel periodo 2014-2015, mentre le esportazioni di merci sono scese al 22% nel 2015 (dal 24% nel 2014). I flussi di dati da un paese all’altro sono risultati immuni al rallentamento del commercio globale. Il parametro Enabling Digitalization Index (Edi) di Euler Hermes dimostra come la Germania, i Paesi Bassi e la Svezia siano posizionati meglio per trarre beneficio da queste trasformazioni.

• Le imprese potrebbero decidere di far ricorso agli investimenti stranieri per crescere e internazionalizzarsi in maniera diversa. Lo scorso anno le operazioni di M&A fra paesi diversi hanno toccato la cifra record di 1,6 trilioni di dollari, con la Cina al timone di questa nuova ondata di internazionalizzazione.

• Sulla scia dei deludenti risultati di “mega trade” orizzontale, la riscoperta dei blocchi verticali regionali appare come una mossa necessaria: Europa/Medio Oriente/Africa, America del Nord/America del Sud, Asia Meridionale/Asia Orientale. Esportare non è come fare una passeggiata nel parco, ma le imprese potrebbero scegliere di incrementare le vendite all’estero e il rendimento delle attività di investimento stabilendo delle partnership effettive e vendendo direttamente ai clienti finali, invece di generare dalla propria sede i tradizionali proventi da esportazione. Oltre alle imprese di punta, la sorpresa in questo nuovo paradigma commerciale potrebbe arrivare da imprese più piccole, più giovani e più grintose, in quanto le barriere d’ingresso sono minori di prima.

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