A distanza di sicurezza, un viaggio-inchiesta tra le fabbriche italiane al tempo del Covid

Digitale protagonista, smart working con potenzialità ancora inespresse, connettività, big data e automazione per aumentare la flessibilità. Si intravede la voglia di costruire una rete di connessioni che va al di là dei più classici distretti. Ma come si sono sentiti gli imprenditori dutante l'emergenza Covid 19? L'abbiamo chiesto ad alcune Pmi e la risposta è semplice: a torto o a ragione, si sono sentiti abbandonati. E lo dicono in tutti i modi possibili, sorridendo sardonici, urlandolo arrabbiati, bisbigliandolo a denti stretti o preoccupati.

23 set 2020

Mentre tutti parlano di start-up, e quindi di modelli di scalabilità e ripetibilità infinita o quasi, il cuore pulsante del paese scolpisce a mano ogni singolo battito.

«Serve puntare sull'innovazione discontinua, per verificare scenari alternativi da sviluppare in futuro»

(Alberto Zerbinato)

«Molte Pmi non sono riuscite a organizzare smart working per mancanza di investimenti It o infrastrutture. In realtà temo che questa sia una rappresentazione della resistenza al cambiamento»

(Massimiliano Bariola)

«Si stanno riconsiderando tutte le scelte fatte in passato sulla rilocazione delle produzioni di base. Noi prevediamo che nei prossimi anni un certo numero di questi impianti sarano riconosciuti in Occidente, sfruttando tecnologie più innovative ed efficienti»

(Giuseppe Fedegari)

«La delocalizzazione se ben strutturata e ben organizzata funzione. Ci sono specializzazioni e divisioni nella catena del valore, credo che indietro non si possa tornare»

(Roberta Togni)

«Abbiamo deciso di tenere aperti i canali, anche se più costosi, con fornitori europei. È stata una scelta che in questo periodo ci ha aiutato molto»

(Giulio Schiaretti)

«La crisi ha accelerato la digital trasformation dell'azienda, dalla gestione da remoto di macchine fino all'e-commerce»

(Massimiliano Impavidi)

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